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Lorenzo Taini - AGUZZATELAVISTA

Dal 23 novembre 2017 al 14 gennaio 2018

Inaugurazione giovedì 23 novembre, ore 18.00-22.00

Lorenzo Taini

Certe cose se le può permettere solo l’arte contemporanea. Ad esempio, una stanza completamente rivestita di spilli su cui sono appuntati dei semi di zucca. Di per sé un divertissement, una specie di ironico spiazzamento percettivo. Questo intervento ambientale lo si può vedere alla Morotti Arte Contemporanea in occasione della mostra personale di Lorenzo Taini. L’artista milanese mi ha concesso il privilegio di condividerne la suggestione in anteprima e, per me, è stata ed è autentica poesia.

eometria e spazio circostante si legano di una complicità che supera l’apparente antagonismo: per Taini il contesto ambientale si offre ed è considerato a tutti gli effetti come materiale della scena operativa, parte integrata e integrante del lavoro plastico. Il luogo che ospita i suoi interventi non è mai mero contenitore ma per Lorenzo diventa consapevolmente elemento strutturale dell’opera.

Le sue installazioni frammentano lo spazio e si impongono nella loro duplice essenza di oggettualità materiale e dimensione illusionistica, grazie all’elemento ombra che enfatizza le traiettorie e proietta il segno geometrico verso una dimensione virtuale. Nelle sue mani anche singoli oggetti della scena quotidiana (in questa occasione semplici semi di zucca e chicchi di caffè, in altri matite, zollette di zucchero o bustine da tè) sono sottratti all’ovvietà e assurgono i caratteri dello straordinario nella loro e per la loro evidenza segnica.

Non è tanto l’ironia a determinare un’atmosfera seduttiva, quanto il susseguirsi di simmetria e dinamismo in una sintassi di segni che si fanno vertigine. Questo disporsi regolare degli oggetti al muro, a farsi opera contemplabile, appartiene al genere movimento, azione che si fa disegno e immagine attraverso la dimensione del tempo, dove il colore dei materiali selezionati concorre allo stato di elegante dinamica espansiva (in tutte le direzioni).

Ma c’è di più: Lorenzo, come detto, utilizza per queste installazioni oggetti comuni, solitamente tracce della sua o della di noi quotidianità. Allora lo spettatore potrebbe essere portato a credere che quei semi, quelle gomme per cancellare recuperate sui banchi di scuola, quelle matite consumate, abbiano in qualche modo un valore artistico che va salvato. In sé e per sé quegli oggetti, a mio parere, hanno il pregio artistico di un qualunque rifiuto.

Penso, tuttavia, che il reale valore che possiedono è quello di esistere da un certo tempo, più o meno determinato. Per cui sono preziosi gli sguardi che li hanno visti, le mani che li hanno sfiorati, i luoghi dove sono stati in precedenza, i suoni che li hanno lambiti: in loro è impresso un mondo e rappresentano una sorta di nocchieri tra noi e quelle esperienze, quel passato, quel che resta di ciò che non siamo più.

Confermo: poesia pura o forse, ancor meglio, un bellissimo esempio di libertà inventiva e artigianato della fantasia. Lì per lì non è che si capisca tanto, sembra solo una stranezza o una bizzarria dell’autore. Si sta col naso all’insù senza parlare, tutto rimane un po' sospeso (tanto per parafrasare il titolo dell’opera). Poi però, dopo qualche minuto, ci si ritrova all’interno di un’immagine che, apparentemente immotivata, si ricompone in modo esatto e geometrico, in cui la ripetizione costante, ingaggiata come valore formale, assume la connotazione di un procedimento ritmico, armonico e dinamico, indotto con logica musicale contrappuntistica. Fosse un film verrebbe da alzarsi e applaudire ma siamo già in piedi e allora sorridiamo dentro, in silenzio, ancora una volta gradevolmente sorpresi dalla fresca e sempre rinnovata verve di Lorenzo, che credevamo magari già di aver colto. Le sue immagini hanno la capacità di proseguire nella mente dell’osservatore sensibile che, non potendole acquisire passivamente per la forza della loro semplicità, le protrae in un'estensione arbitraria estorta alla propria fantasia.

Immagino che qualcuno possa pensarla diversamente e non mi passa certo per la mente di provare a convincere nessuno della qualità di questo lavoro. Credo, tuttavia, che l’artista voglia e sappia rispolverare una capacità ordinaria, oggi sovente censurata: quella di elaborare immagini in autonomia a partire da un modello iniziale suggerito. Un esercizio di libertà che vede la galleria come luogo privilegiato per allenarsi. La chiave migliore per entrare nel lavoro di Taini è infatti il tempo dello sguardo: l’attesa di una durata, il respiro dell’intelletto al lavoro, l’entrare nella propria misura, diventare porzione del racconto nello spazio e penso che non ci sia, a priori, un tempo giusto. Ogni visitatore ha un suo tempo, da qualche parte, nella sua mente e ognuno spinge la visione verso e oltre il proprio orizzonte.

Innanzi alle sue opere, più volte ritorna alla mente un passo che Lea Vergine ha riservato a Enrico Castellani “…nulla è infinito se non la successione delle cose finite…”. Ma, a differenza del maestro segnalato, Taini diffida della formula unica e il suo repertorio procede per cicli, serie quasi ostinate che tuttavia non si esauriscono ma si sovrappongono nei tempi e nei modi. Ecco allora che nelle sale della galleria si succedono e alternano “Progressioni”, “Sospensioni” e “Punizioni”, a sottolineare un’inquietudine di ricerca che guarda con sospetto ogni assolutismo.

Potrà sembrare un paradosso per un lavoro che in prima analisi evidenzia uno strutturalismo deduttivo e metodico: abbiamo già accennato come della geometria, della modularità e della concatenazione l’autore faccia una sorta di paradigma formale. Eppure, nell’ambito di una fenomenologia che nella misura e nel modulo scandisce la progressione dei processi, Taini si muove con le più svariate intensità. Pone in gioco una sottile dialettica tra concezione intellettuale del processo e materialità dei fenomeni pragmaticamente verificati, attraverso una manualità operativa che non elabora solo per meccanica deduzione ma che, attraverso continue indagini, vuole fondere concezione ideativa e processo realizzativo.

Si torna a badare ai modi, al come l’opera si costruisce, alla cucitura paziente e ritmica dei fili che bene si apprezza osservando il verso di un quadro. In questo assume evidenza un carattere fortemente sperimentale, sintomo di un operare in continua trasformazione dove ciò che appare è un’anticipazione di quanto potrà differentemente apparire. C’è sempre un invito ad abitare percettivamente l’opera, a scorrerla nelle sequenze e nei rimandi sino a incontrarne minime diffrazioni, apparizioni impreviste, interruzioni o salti logici che ci aiutano a capire come il mondo dell’autore non sia congelato in una sua astratta immobilità, ma si appropri della capacità di prodursi nella somiglianza come differenza e voglia delegare all’occhio la capacità di saper guardare.
L’amico Sandro De Alexandris direbbe “…seppure il progetto fondi il proprio metodo su una regola di successione elementare che prevede il ripetersi delle tracce, non si danno uguaglianze, bensì una successione di differenze...”.

Taini ci dichiara col lavoro la passione per la materia e per la luce, ma non dimentica l’importanza del colore. Anzi, sembra volerci ammonire sul non trascurare la sua naturale luminosità, ricordarci cosa possono diventare un rosso, un azzurro o un verde capaci di trasformare la stessa materia pittorica, intrisa di luce, in una potente carica espressiva. Alle volte le tele sono campite sino a un certo punto, poi con regolarità geometrica, quasi sempre orizzontale, tornano a proseguire nude. La tela e il colore, incontrandosi, determinano una soglia in un gioco di reciproca attrazione astratta, definendo un diverso stato di relazione tra le singole porzioni di superficie. Ancora, per scomodare una volta di più De Alexandris, “…ogni variante determina nuove possibilità di relazione…”. I colori resi al monocromo, i moduli semplificati, le superfici elementari, tutto suggerisce una tensione al limitare al minimo gesti e disposizioni, tanto più quanto più si espandono ed evolvono le possibilità combinatorie e la vitalità espressiva.

L’opera di Taini non è mai ostentata, la sua energia e il suo talento si stemperano senza sudditanze in un linguaggio garbato ed elegante. Emergono nel lavoro i tratti stessi dell’autore: estro ironico, acutezza del paradosso e irrequietezza di romantica derivazione assumono i caratteri della stilizzazione minimalista (che mai degenera nello stilismo), della sensibilità perseverante e della lucidità formale.

La sua ricerca alienante, ossessiva e musicale, fatta di gesti certosini e insistiti, di minimi interventi operativi, in cui ogni piccolo movimento sfoggia una solennità quasi liturgica, è una peregrinazione pacata e simmetrica (a zig zag) alla ricerca di un luogo, sempre parafrasando la Vergine, “dove tutto è esatto e tutto è mentito”. Le sue ripetizioni, i suoi fili che attraversano la tela, i suoi segni che inseguono la luce ci portano a indugiare, anche senza necessariamente capire, su quanti momenti di vita possono essere trattenuti in poche tracce dipinte. Taini, con le sue traiettorie allusive, con le sue punizioni ritmiche che alludono alla scrittura senza esserlo mai, con la sua capacità di rendere solenne il dettaglio, porta con sé il principio del moto e della quiete in un esercizio graduale e graduato che ci accompagna, attraverso l’uso accorto e pulsante del colore, all’ascolto del nostro interiore.

Non è importante che partecipiate queste mie riflessioni. Una mostra come questa si può visitare anche solo per il piacere della semplice bellezza.
  
 Riccardo Zelatore

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